giovedì 8 marzo 2012

barrida / blister in the sun, violent femmes

Pomeriggio di asfissiante umidità in una città che si fa ogni giorno sempre più fantasma. Palazzi e semafori stravolti da una luce accecante e bugiarda. Immobili per cercare ombra sul ciglio della strada un piccione e bicchieri di plastica della sera prima. Il pendolo dei pensieri a tracciare traiettorie di movimento possibile. Fermarsi a prender fiato, con lo sguardo aperto all’insù e accorgersi di aver sul volto un arrendevole sorriso. Come una vescica che si gonfia al sole.

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mercoledì 7 marzo 2012

etagere / vita e morte di un ingegnere, edoardo albinati


Leggendo vita e morte di un ingegnere di Edoardo Albinati (ed. Mondadori, pp. 150, euro 18) più volte ho pensato di averlo scritto io. Se non scritto, almeno pensato. Pensiero presuntuoso, ma non ho mai nascosto questa mia caratteristica. Ecco, questo libro parla della presunzione. La presunzione di conoscere una persona solo perché la si chiama papà. La presunzione di capire il mondo e conoscere la vita solo perché si è letto Dostoevskij. Credo di far parte di quella schiera e un po’ me ne vergogno, perché poi leggo Albinati e capisco che so poco di mio padre e forse, sarà l’egocentrismo, so poco di me; per non parlare di Fedor.


Un libro che parla della malattia, della morte, di un (non) rapporto padre-figlio. Senza sfondo, senza attori, senza tempo. Una storia. Qualche sigaretta. Poche pagine. Due vite in un libro, perché legate da un simbolismo che va ben oltre le possibilità letterarie, sfocia nella vita vera, nell’iper-realtà. Una gravidanza della fine che dura nove mesi. Io alla casualità non ci credo, non ci ho mai creduto, e non vedo buoni motivi per iniziare a crederci proprio ora. Però credo ai segnali, alla sensazione di felicità nella semplicità delle piccole grandi cose. Credo all’arcobaleno dopo il temporale. Commovente.

Sprechiamo tanto di quel tempo a rifiutare l’autorità, a idealizzare miti, a costruire storie fantasmagoriche sulla nostra famiglia e a paragonarla alle famiglie degli altri; abbiamo le risposte a un palmo di naso, ma non sappiamo porre le domande giuste. Mi appello a Tolstoj, meschino testa di cane che non sono altro: «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo». Sono convinto che tutte le famiglie si somiglino. Punto. E certe esperienze avvicinano a quella somiglianza più di quanto non si possa immaginare (o sperare), perché «i parenti non si scelgono, toccano in sorte».

eugenio giannetta




melma / paludi di significato

La frase scorre, fluida. Un placido corso di parole. Ma un rivolo sfugge. L'attenzione crea un'ans(i)a. Subito una palude di deduzioni. Melma. Nel suo anagramma, poi, la spinta per disincagliarsi. Ritornare a defluire. Con un significato in più.



martedì 6 marzo 2012

lapis / vita e morte di un ingegnere, edoardo albinati


«La vita non ha soltanto un'evidenza organica, ma poggia su un sentimento che ha a che fare con la curiosità e si manifesta come attenzione. Quando l'attenzione cessa del tutto vuol dire che l'agonia è terminata, il malato non può più prestare attenzione al mondo perché non ne fa più parte».

pagina 131

«Diversamente dall'anima (la quale è fin dal principio un colabrodo, un'elaborata cicatrice, tutta fatta di lacerazioni, strappi ricuciti, smagliata come una vecchia rete da pesca: l'anima è un arabescato tappeto di traumi dal disegno irriproducibile), il corpo ha una sua nativa integrità che non sopporta le violazioni. […] Il corpo è intrinsecamente reazionario alla violenza qualitativa (mito e strumento di ogni rivoluzione), il corpo oppone il mondo e il modo della pura quantità. Il corpo misura attraverso la quantità di sofferenza la bontà delle idee».
pagine 106-107

«Ancora non abbiamo finito di vedere e già vorremmo non aver visto visto, vorremmo tornare all'istante in cui eravamo inconsapevoli».
pagina 85

«Considerazione: viviamo prigionieri del mito della profondità e della complessità, finché la morte, privandoci delle cose più ovvie, le rende ironicamente memorabili. Le superfici cominciano a splendere, splendono le cose secondarie, i ricordi più fiochi e le parole che dicevamo per caso e che non avremmo appuntato nemmeno a matita ora diventano leggenda».
pagina 50

domenica 4 marzo 2012

etagere / la giungla, upton sinclair

La rabbia nasce quando ti rendi conto che il tempo ha saturato ogni infinitesima parte di sé.
La rabbia continua a crescere quando è palese che la tua generazione è figlia della precedente senza che ne abbia ereditato, però, alcun certificato di riconoscimento.
La rabbia ti logora quando la voce del dissenso è un' eco di urla sepolte nel fango del passato.
Pagine ingiallite che accumulano polvere. Un sottile strato che rende perfettamente merito allo sporco che racconta.
Polvere che impregna le mani. Prudono. Ma nessuno, durante la lettura, osa tossire.

Una storia diventa importante quando il nome del protagonista si confonde con il tuo, con quello di tuo fratello o di qualsiasi vicino di casa.
Una storia diventa triste quando il dolore di un uomo, dopo più di cento anni, torna ad essere raccontato nella stessa maniera senza che nessuno ricordi il finale.
Una storia fa paura quando le denunce riempiono il banco dei colpevoli senza che qualcuno possa occupare quello opposto.
Una storia diventa tua quando la carta è superflua e l'intera trama percorre le tue stesse strade e il tuo tempo.


Quattrocentodieci pagine di uomini, donne, padroni, fabbriche, macelli, bambini, vecchi, politicanti, credenti, assassini.
Quattrocentodieci pagine di ingiustizie.
Quattrocentodieci pagine di ferocia.
La giungla.
Senza fiere. Solo Storia.


[Upton Sinclair, La giungla, Milano, Net, 2003]

venerdì 2 marzo 2012

etagere / il tempo è un bastardo, jennifer egan

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (ed. Minimum Fax, pp. 391, euro 18) è un libro che parla del tempo; affermazione tautologica, ma necessaria. C’è un momento in ogni vita in cui risuona una domanda, che è una speranza, o una richiesta: “Sarà sempre così?”. La risposta ovviamente è no, l’orologio fa tic-tac e scorre inesorabile in ogni vita, ed ogni vita si incrocia ad altre vite e avanti così. Ancora una volta (sempre) è questione di prospettive.

Questo è l’ultimo libro di un’amicizia. Ne ha sancito l’interruzione, la pausa. Curioso che questo libro parli proprio di pause. Le pause della musica e le pause della vita. Due secondi oppure vent’anni. Il tempo è un figlio di puttana, e basta un accento per cambiarlo. Il tempo della musica o il tempo della vita: la differenza tra un tre-quarti e un quatto-quarti, la differenza tra una e o una è.

Pause. E’ importante imparare a sentire la vita nelle pause, è importante imparare ad ascoltare. Si arriva ad un punto, che chiamerò per convenienza mezz’età, nel quale la direzione è ciò che conta di più. Non tanto il perché, il per come, o peggio ancora il per chi, ma la direzione conta, il percorso ha importanza. La musica e i suoi intrecci fanno da colonna sonora a questo passaggio di vita e di storie. Finita la canzone, finite le vite, finito il libro, c'è il silenzio del the end più potente di tante parole, perché (forse) è l’attesa di un nuovo inizio.

eugenio giannetta





lapis / il tempo è un bastardo, jennifer egan


«Ecco, vedi, queste metafore - “trasparente” e “alla luce del sole” - fanno tutte parte di un sistema che noi chiamiamo purismo atavico. Il PA presuppone l'esistenza di una condizione di perfezione etica, che non solo non esiste né è mai esistita, ma di solito viene usata per avvalorare i preconcetti di chi formula il giudizio».
pagina 367


«La pausa ti fa pensare che la canzone sia finita. Invece scopri che non è finita, e per te è un sollievo. Poi però la canzone finisce davvero, perché tutte le canzoni finiscono, ovviamente, e STAVOLTA. LA. FINE. E'. VERA».
pagina 327


«Talvolta la vita ti concede il tempo, la quiete, il dolce far niente necessari a riflettere su questioni che nel rapido corso della vita di tutti i giorni rimangono in larga misura inaffrontate: Con quanta precisione ricordiamo il meccanismo della fotosintesi? Siamo mai riusciti a utilizzare il termine ontologia in una conversazione? Qual è stato l'istante preciso in cui ci siamo leggermente disallineati dalla vita tutto sommato normale che conducevamo fino a quel momento, piegando in modo infinitesimale a sinistra o a destra e imboccando la traiettoria che in ultima istanza ci ha portati nel luogo in cui ci troviamo attualmente?».
pagina 210