Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (ed. Minimum Fax, pp. 391, euro 18) è un libro che parla del tempo; affermazione tautologica, ma necessaria. C’è un momento in ogni vita in cui risuona una domanda, che è una speranza, o una richiesta: “Sarà sempre così?”. La risposta ovviamente è no, l’orologio fa tic-tac e scorre inesorabile in ogni vita, ed ogni vita si incrocia ad altre vite e avanti così. Ancora una volta (sempre) è questione di prospettive.
Questo è l’ultimo libro di un’amicizia. Ne ha sancito l’interruzione, la pausa. Curioso che questo libro parli proprio di pause. Le pause della musica e le pause della vita. Due secondi oppure vent’anni. Il tempo è un figlio di puttana, e basta un accento per cambiarlo. Il tempo della musica o il tempo della vita: la differenza tra un tre-quarti e un quatto-quarti, la differenza tra una e o una è.
Pause. E’ importante imparare a sentire la vita nelle pause, è importante imparare ad ascoltare. Si arriva ad un punto, che chiamerò per convenienza mezz’età, nel quale la direzione è ciò che conta di più. Non tanto il perché, il per come, o peggio ancora il per chi, ma la direzione conta, il percorso ha importanza. La musica e i suoi intrecci fanno da colonna sonora a questo passaggio di vita e di storie. Finita la canzone, finite le vite, finito il libro, c'è il silenzio del the end più potente di tante parole, perché (forse) è l’attesa di un nuovo inizio.

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