mercoledì 7 marzo 2012

etagere / vita e morte di un ingegnere, edoardo albinati


Leggendo vita e morte di un ingegnere di Edoardo Albinati (ed. Mondadori, pp. 150, euro 18) più volte ho pensato di averlo scritto io. Se non scritto, almeno pensato. Pensiero presuntuoso, ma non ho mai nascosto questa mia caratteristica. Ecco, questo libro parla della presunzione. La presunzione di conoscere una persona solo perché la si chiama papà. La presunzione di capire il mondo e conoscere la vita solo perché si è letto Dostoevskij. Credo di far parte di quella schiera e un po’ me ne vergogno, perché poi leggo Albinati e capisco che so poco di mio padre e forse, sarà l’egocentrismo, so poco di me; per non parlare di Fedor.


Un libro che parla della malattia, della morte, di un (non) rapporto padre-figlio. Senza sfondo, senza attori, senza tempo. Una storia. Qualche sigaretta. Poche pagine. Due vite in un libro, perché legate da un simbolismo che va ben oltre le possibilità letterarie, sfocia nella vita vera, nell’iper-realtà. Una gravidanza della fine che dura nove mesi. Io alla casualità non ci credo, non ci ho mai creduto, e non vedo buoni motivi per iniziare a crederci proprio ora. Però credo ai segnali, alla sensazione di felicità nella semplicità delle piccole grandi cose. Credo all’arcobaleno dopo il temporale. Commovente.

Sprechiamo tanto di quel tempo a rifiutare l’autorità, a idealizzare miti, a costruire storie fantasmagoriche sulla nostra famiglia e a paragonarla alle famiglie degli altri; abbiamo le risposte a un palmo di naso, ma non sappiamo porre le domande giuste. Mi appello a Tolstoj, meschino testa di cane che non sono altro: «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo». Sono convinto che tutte le famiglie si somiglino. Punto. E certe esperienze avvicinano a quella somiglianza più di quanto non si possa immaginare (o sperare), perché «i parenti non si scelgono, toccano in sorte».

eugenio giannetta




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