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mercoledì 18 aprile 2012

etagere / l'amore ai tempi del colera, gabriel garcia marquez


Gabriel Garcia Marquez
L'amore ai tempi di colera
Oscar Mondadori


Ci sono libri che hanno di diritto un posto in libreria. Come quando sei sul tram e sale una donna incinta o un vecchietto. In automatico cedi il posto, in attesa di un sorriso di lei o del cappello che si leva lui.
Si tratta di libri che richiedono rispetto per il solo titolo. Perché un titolo può fare più spessore delle pagine stesse.
L’amore ai tempi del colera, per me, è uno di quei libri che per il solo fatto di essermi capitato tra le mani su una bancarella è stato acquistato, prima ancora di chiedermi se avessi voluto leggerlo.
Una copertina anonima. A me piacciono le copertine. Molti libri li scelgo dalle copertine. Come quando devi fare un regalo. E’ importante la carta per impacchettarlo. Fa la sua prima “figura” quando lo dai.
Ecco, questa copertina è, invece, davvero brutta.
Ma Marquez gode di una certa autorità, per cui Fermina e Florentino hanno cominciato ad accumulare polvere fino a quando il tempo d’attesa è scaduto e ho voluto conoscere la loro storia.
Non mi piacciono particolarmente i sentimentalismi. Soffro, e non poco, le smielate dichiarazioni d’amore così dannatamente lontane da qualunque esperienza personale. Mi irritano gli happy end venuti fuori dal cilindro più inaspettatamente di un coniglio bianco, o verde se fosse di Giuliano.
Per quanto, quindi, venga definito un’incredibile epopea romantica (motivo per cui, credo, sia rimasto poi così tanto tempo nella polvere), considero questa storia, invece, un’imponente racconto di vita. Certo, ogni storia d’amore è una storia di vita, ma quella di Florentino, a mio parere, è proprio una storia da tramandare, di quelle che ti lasciano giorni e giorni a riflettere su quanto sia vero quello che dice, su quanto sia fondamentale il suo implicito insegnamento.

Florentino è un uomo innamorato, non particolarmente bello, poco attraente e, oltretutto, fuorimoda.
Florentino ama Fermina.
Florentino vive di quell’amore.
Florentino non cambia mai idea, in cinquantatrè anni, sette mesi e undici giorni da quando l’hai vista.
Florentino è un uomo che crede.
Florentino è un uomo che attende.

Le attese sono quotidiane. Attendiamo il tram, attendiamo la sveglia, attendiamo l’inizio di un film. Attendiamo un sacco di cose.
Attendiamo anche chi amiamo. Attendiamo che ci ricambi i sentimenti, attendiamo che ci dica ti amo, attendiamo che ci baci, attendiamo che ci chieda di sposarlo.
Attendiamo un sacco di cose.

Ma soprattutto, attendiamo quando lui smette di amarci.
Quando qualcuno decide di troncare una storia, decide di non stare più con noi. Di non condividere giorni e notti, parole e pensieri, baci e carezze, decisioni e litigi. Quando qualcuno decide di troncare una storia inizia un dramma quando la controparte è ancora innamorata. Parte in automatico l’attesa. L’attesa che cambi idea, che si renda conto che è stato lo sconforto di un attimo, che la nostra assenza è un macigno rispetto al contrario. Attendiamo che il telefono risquilli perché parlare, in certi casi, non fa mai male. Attendiamo di incontrarlo casualmente per strada e osservare le reazioni rispetto al nuovo taglio di capelli o alla compagnia che ci portiamo accanto. Attendiamo un qualunque segnale, insomma, che ci lasci ancorati a quel sentimento che pare essere inversamente proporzionale alla distanza sempre maggiore che intercorre col passare del tempo.

venerdì 23 marzo 2012

etagere / il tallone di ferro, jack london



Dietro lo scaffale Ogni anno ha i suoi (buoni) propositi. Sulla prima pagina del mio primo taccuino del 2012, scorrendo veloce, leggo: l'Atlantico dall'altra parte dell'Atlantico, ancora illudersi di poter correre una maratona, niente più sottotitoli, il derby di Glasgow con la maglietta di Larsson, una foto con Ismael Urzaiz, una notte – sveglio - su un peschereccio, un suo sorriso che immagino irripetibile...leggere l'intera bibliografia di Jack London. Ora non per Martin Eden e per Il popolo degli abissi già da tempo stellette sul mio scaffale, ma la (singola) sfida sembra partire in discesa. Una discesa insidiosa: in regalo da mia sorella, l'edizione della Newton Compton, apparentemente omnia a farsi ingannare dallo spessore. E così dopo Il richiamo della foresta, Il lupo dei mari e Zanna Bianca, il rigoroso ordine progressivo delle pagine mi riserva Il Tallone di Ferro.

Perché leggerlo London doveva avere mani grosse. Le mani di chi ha dovuto lavorare duro per (soprav)vivere. Non importa se in mare a inseguire foche o nel gelo del Klondike a cercare oro. Almeno fino a che il velluto delle pagine di successo scritte non le hanno guantate, quelle mani si sono sporcate e si sono ingrossate. E le mani, anche a distanza di anni, continuano a ricordarti chi sei e da dove arrivi. London ne Il Tallone di Ferro così si schiera solidale dalla parte di chi i calli li ha da sempre a mappare le proprie tremende fatiche. Disumane, sarebbe meglio dire. London, attraverso l'espediente narrativo del ritrovamento di un manoscritto a firma di una figlia della borghesia convertita alla causa della rivoluzione socialista, non fa altro che porre il proprio sguardo coinvolgente e documentaristico su quel 'popolo degli abissi', quel (sotto)proletariato, realmente sfruttato e violentato solo per arricchire i pochi. Oligarchia e Plutocrazia, non a caso, diventano poi nella finzione il volto bifronte dell'indefinito e dittatoriale antagonista che si espande e che bisogna rovesciare. La trama rimane in superficie, perché a interessar(ti) sono solo i reali e spietati ingranaggi di quel sistema di produzione industriale, sempre più calcolato e lucido, capace di dominare e calpestare brutalmente fisico e dignità di chi ha dimenticato se le proprie mani le usa per lavorare o per sopravvivere solo un giorno in più. E di chi imparerà a usare quelle mani, in un futuro lontano, per creare un nuovo e più giusto ordine, dopo che il sangue degli ultimi avrà scavato e ribollito a sufficienza nei moderni canyon di palazzi e strade.

Perché non leggerlo Quel fuoco capace di ardere e scaldare in tante altre pagine londoniane, qui, non scoppietta. Non riesce veramente a tenere compagnia, ad appassionare, a coinvolgere. I personaggi, non solo i protagonisti Avis ed Ernest, si diluiscono troppo nel didascalico racconto di un racconto. E i momenti di 'didattica', declinati anche con le frequenti note, sono artifici che hanno sì il merito di delineare i contorni della storia, calibrandone l'angolo di osservazione, ma asciugano l'empatia, rendendola troppo stanca e accidentale.

La frase  «Uomini, donne e bambini, vestiti di stracci e cenci, oscure intelligenze feroci i cui lineamenti avevano preso le sembianze divine e avevano impresse quelle diaboliche, scimmie e tigri, bestie da soma anemiche, tisiche e pelose, volti esangui da cui la società vampira aveva succhiato la linfa vitale, forme gonfie ingrossate dall'obesità e dalla corruzione fisica, megere avvizzite e teste di morto barbute come patriarchi, gioventù putrefatta e putrefatta vecchiaia, volti di demoni, mostri deformi, ricurvi, sfigurati dalla devastazione della malattia e dagli errori della denutrizione cronica, rifiuto e feccia della vita, un'orda furiosa urlante, stridente, demoniaca».

Déjà lu  Il popolo degli abissi, Jack London; 1984, George Orwell; La macchina del tempo, Herbert George Weels; La giungla, Upton Sinclair; Il mondo nuovo, Aldous Huxley.

giovanni teolis


giovedì 22 marzo 2012

etagere / open, andre agassi


Andre Agassi è un narcisista. Open (ed. Einaudi, pp. 496, euro 20) è l’opera di un narcisista. Io lo amo per questo motivo. Non un narcisista nel senso banale del termine, come lo utilizzano i più o come lo etichettavano i giornaletti, ma un narcisista vero, clinico, infido e sotterraneo. In Open, la storia di un uomo prima e di un tennista poi, fino a che i piani non si sovrappongono (sei ciò che fai), emerge l’ossessione della perfezione, la necessità di approvazione, l’armoniosità sconvolgente della precisione. Emerge la differenza tra i traumi intesi come eventi e i traumi emotivi. Emergono le mancanze della struttura di personalità. Emerge la rabbia, la gestione delle pulsioni e il bisogno spasmodico del controllo. Emerge un rapporto conflittuale con le autorità, che non è altro se non un bisogno di attenzione, una ricerca di comprensione, una richiesta di amore.

Agassi direbbe che non ho capito nulla del libro e mi punterebbe una palla pelosa alla nuca, ma già solo il fatto di essere in contrasto sullo stesso ring che è la vita, unisce i nostri destini. E’ importante che ci sia chiarezza nei confini; che sia un campo da tennis o uno spazio fluido nel quale sguazzare. Agassi è un coraggioso, uno che ha capito le possibilità della tridimensionalità e non si è limitato a vivere la geometria della vita su una retta; è uno che ha saputo dare gli effetti giusti alla vita, alla palla... Il fallimento è solo un modo di crescere, ed è un modo che si sceglie, soprattutto per una mente iper razionale sconvolta da ondate emotive di ansietà e angoscia. Come la sua, come...

Paradossalmente Agassi inizia a vincere quando inizia ad amare e inizia ad amare quando inizia a regredire, ma non nel senso comune del termine, bensì nella libertà di scelta, nell’assenza di pensieri tipica dell’infanzia, tipica dell’innamoramento: non cercare l'amore, cerca con amore. Agassi raggiunge un momento in cui trasforma l’aggressività nevrotica, trasforma le risposte difensive, trasforma tutti i suoi pasticci cognitivi e smette di barare con la vita, smette con Las Vegas, smette di dire bugie a se stesso e a tutti quelli che ha attorno. Smette di recitare una parte. Questo mi fa amare Agassi (e Agassi o lo ami o lo odi); questo mi fa amare il libro. Leggerlo e pensare: lui c’è riuscito, è un passo che voglio fare anche io. Crampi o non crampi, allo stomaco o alle gambe, è un passo necessario per una sopravvivenza che possa tramutarsi e definirsi esistenza.

eugenio giannetta



mercoledì 7 marzo 2012

etagere / vita e morte di un ingegnere, edoardo albinati


Leggendo vita e morte di un ingegnere di Edoardo Albinati (ed. Mondadori, pp. 150, euro 18) più volte ho pensato di averlo scritto io. Se non scritto, almeno pensato. Pensiero presuntuoso, ma non ho mai nascosto questa mia caratteristica. Ecco, questo libro parla della presunzione. La presunzione di conoscere una persona solo perché la si chiama papà. La presunzione di capire il mondo e conoscere la vita solo perché si è letto Dostoevskij. Credo di far parte di quella schiera e un po’ me ne vergogno, perché poi leggo Albinati e capisco che so poco di mio padre e forse, sarà l’egocentrismo, so poco di me; per non parlare di Fedor.


Un libro che parla della malattia, della morte, di un (non) rapporto padre-figlio. Senza sfondo, senza attori, senza tempo. Una storia. Qualche sigaretta. Poche pagine. Due vite in un libro, perché legate da un simbolismo che va ben oltre le possibilità letterarie, sfocia nella vita vera, nell’iper-realtà. Una gravidanza della fine che dura nove mesi. Io alla casualità non ci credo, non ci ho mai creduto, e non vedo buoni motivi per iniziare a crederci proprio ora. Però credo ai segnali, alla sensazione di felicità nella semplicità delle piccole grandi cose. Credo all’arcobaleno dopo il temporale. Commovente.

Sprechiamo tanto di quel tempo a rifiutare l’autorità, a idealizzare miti, a costruire storie fantasmagoriche sulla nostra famiglia e a paragonarla alle famiglie degli altri; abbiamo le risposte a un palmo di naso, ma non sappiamo porre le domande giuste. Mi appello a Tolstoj, meschino testa di cane che non sono altro: «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo». Sono convinto che tutte le famiglie si somiglino. Punto. E certe esperienze avvicinano a quella somiglianza più di quanto non si possa immaginare (o sperare), perché «i parenti non si scelgono, toccano in sorte».

eugenio giannetta




domenica 4 marzo 2012

etagere / la giungla, upton sinclair

La rabbia nasce quando ti rendi conto che il tempo ha saturato ogni infinitesima parte di sé.
La rabbia continua a crescere quando è palese che la tua generazione è figlia della precedente senza che ne abbia ereditato, però, alcun certificato di riconoscimento.
La rabbia ti logora quando la voce del dissenso è un' eco di urla sepolte nel fango del passato.
Pagine ingiallite che accumulano polvere. Un sottile strato che rende perfettamente merito allo sporco che racconta.
Polvere che impregna le mani. Prudono. Ma nessuno, durante la lettura, osa tossire.

Una storia diventa importante quando il nome del protagonista si confonde con il tuo, con quello di tuo fratello o di qualsiasi vicino di casa.
Una storia diventa triste quando il dolore di un uomo, dopo più di cento anni, torna ad essere raccontato nella stessa maniera senza che nessuno ricordi il finale.
Una storia fa paura quando le denunce riempiono il banco dei colpevoli senza che qualcuno possa occupare quello opposto.
Una storia diventa tua quando la carta è superflua e l'intera trama percorre le tue stesse strade e il tuo tempo.


Quattrocentodieci pagine di uomini, donne, padroni, fabbriche, macelli, bambini, vecchi, politicanti, credenti, assassini.
Quattrocentodieci pagine di ingiustizie.
Quattrocentodieci pagine di ferocia.
La giungla.
Senza fiere. Solo Storia.


[Upton Sinclair, La giungla, Milano, Net, 2003]

venerdì 2 marzo 2012

etagere / il tempo è un bastardo, jennifer egan

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (ed. Minimum Fax, pp. 391, euro 18) è un libro che parla del tempo; affermazione tautologica, ma necessaria. C’è un momento in ogni vita in cui risuona una domanda, che è una speranza, o una richiesta: “Sarà sempre così?”. La risposta ovviamente è no, l’orologio fa tic-tac e scorre inesorabile in ogni vita, ed ogni vita si incrocia ad altre vite e avanti così. Ancora una volta (sempre) è questione di prospettive.

Questo è l’ultimo libro di un’amicizia. Ne ha sancito l’interruzione, la pausa. Curioso che questo libro parli proprio di pause. Le pause della musica e le pause della vita. Due secondi oppure vent’anni. Il tempo è un figlio di puttana, e basta un accento per cambiarlo. Il tempo della musica o il tempo della vita: la differenza tra un tre-quarti e un quatto-quarti, la differenza tra una e o una è.

Pause. E’ importante imparare a sentire la vita nelle pause, è importante imparare ad ascoltare. Si arriva ad un punto, che chiamerò per convenienza mezz’età, nel quale la direzione è ciò che conta di più. Non tanto il perché, il per come, o peggio ancora il per chi, ma la direzione conta, il percorso ha importanza. La musica e i suoi intrecci fanno da colonna sonora a questo passaggio di vita e di storie. Finita la canzone, finite le vite, finito il libro, c'è il silenzio del the end più potente di tante parole, perché (forse) è l’attesa di un nuovo inizio.

eugenio giannetta





venerdì 17 febbraio 2012

etagere / zorba il greco, nikos kazantzakis



Zorba il greco di Nikos Kazantzakis (Crocetti Editore, pp. 383, euro 15) è una storia d’amicizia genuina. La storia di due uomini di fronte ai grandi interrogativi che quasi quotidianamente la vita pone. Due uomini: uno giovane e acculturato, l’altro vecchio e scellerato. Due uomini: uno folle e smisurato, l’altro legato al lungo guinzaglio della razionalità, così lungo da dargli l’illusione di esser libero. Due uomini che si trovano a percorrere una strada insieme e si insegnano qualcosa.

Ho ricevuto questo libro per Natale. Mi è stato donato da una persona cara. Ho avuto anch’io, come Bastiano nella Storia Infinita, una libreria che ha esercitato il suo fascino sulla mia curiosità. Alla domanda: «Che libri guarda quando viene in libreria?» la risposta fu: «I libri che ha già letto». L’antico legame con il passato non fu mai più evidente. Del seguito posso solo immaginare la scena, perché credo che quasi inavvertitamente, per istinto, scelsero Zorba. E con Zorba scelsero una strada, un percorso per me, un punto di vista nuovo e significativo. Quando Keating nell’Attimo Fuggente sale sulla cattedra, lo fa per ricordare a se stesso che «dobbiamo guardare le cose da angolazioni diverse». Le diverse angolazioni da cui ho guardato me stesso leggendo questo libro e non un altro. Di giorno con il Padrone, di notte con Zorba, fino ad arrivare alla conclusione che siano la stessa persona. La proiezione di un qualcosa di più grande che ha interrotto la mia lettura per un certo periodo. La proiezione che ha messo di fronte la differenza tra la «camomillina» e il «rum che scaravolta il mondo», la differenza tra «frasi eleganti» e «parole che si appiccicano ai denti come il fango si appiccica ai piedi».

Credo di aver deciso di dare corda al mio aquilone, che sfugga se quello è il suo destino, perché questo libro insegna che il salterio va suonato solo quando si è felici, e io penso che lo imbraccerò. «Ne ho fatte di cose nella mia vita – ammette Zorba -, però non ne ho fatte abbastanza; uomini come me dovrebbero vivere mille anni. Buonanotte!». Lui non l’avrebbe mai capito, ma è proprio in questo istante che comincia la poesia.

Eugenio Giannetta




etagere / recensioni letterarie (in)consce

Quello che proveremo a scrivere in questo spazio è qualcosa di nuovo. Una recensione letteraria con un risvolto (in)conscio. Qual è il motivo per cui scegliamo un libro? Come arriviamo proprio a quel libro e quali sono i fattori strettamente personali che ci convincono a portare avanti quel percorso. Un libro è come una relazione: ci sono le aspettative dell’inizio, il coinvolgimento e l’immedesimazione nella parte centrale, fino ad arrivare alla fine del percorso, ovvero la piena maturità o scontro finale, cioè il fulcro di ogni relazione. Non interessa mai a nessuno e nessuno mai lo racconta, ma un libro ha tutto un suo linguaggio fatto di emozioni, che si struttura a partire dall’odore delle pagine, dalla sua storia (strettamente legata alla storia personale), alla dedica, passando per il momento in cui lo si ripone ordinatamente in uno spazio, in una dimensione, in quel cosmo che sono gli scaffali di casa. Questa è libertà, e a noi piace la libertà.

Eg / Gt