venerdì 2 marzo 2012

lapis / il tempo è un bastardo, jennifer egan


«Ecco, vedi, queste metafore - “trasparente” e “alla luce del sole” - fanno tutte parte di un sistema che noi chiamiamo purismo atavico. Il PA presuppone l'esistenza di una condizione di perfezione etica, che non solo non esiste né è mai esistita, ma di solito viene usata per avvalorare i preconcetti di chi formula il giudizio».
pagina 367


«La pausa ti fa pensare che la canzone sia finita. Invece scopri che non è finita, e per te è un sollievo. Poi però la canzone finisce davvero, perché tutte le canzoni finiscono, ovviamente, e STAVOLTA. LA. FINE. E'. VERA».
pagina 327


«Talvolta la vita ti concede il tempo, la quiete, il dolce far niente necessari a riflettere su questioni che nel rapido corso della vita di tutti i giorni rimangono in larga misura inaffrontate: Con quanta precisione ricordiamo il meccanismo della fotosintesi? Siamo mai riusciti a utilizzare il termine ontologia in una conversazione? Qual è stato l'istante preciso in cui ci siamo leggermente disallineati dalla vita tutto sommato normale che conducevamo fino a quel momento, piegando in modo infinitesimale a sinistra o a destra e imboccando la traiettoria che in ultima istanza ci ha portati nel luogo in cui ci troviamo attualmente?».
pagina 210



«Riempimi la vita di roba. Documentiamo ogni cazzo di umiliazione. Perché in fondo la realtà è questa, no? In vent'anni non diventi più bello, specie se nel frattempo ti hanno tolto metà dell'intestino. Il tempo è un bastardo, giusto? Non si dice così?».
pagina 158



«Come tutti gli esperimenti falliti, anche quello mi ha insegnato una cosa che non mi aspettavo: un ingrediente chiave della cosiddetta esperienza è la convinzione illusoria che sia qualcosa di unico e speciale, che quelli che vi prendono parte siano dei privilegiati e quelli che ne restano fuori si perdano qualcosa».
pagina 122


«Il confine tra pensare a qualcuno e pensare di non pensare a qualcuno è sottile, ma con la pazienza e l'autocontrollo che ho io, su quel confine ci posso camminare per ore. Per giorni, se necessario».
pagina 117


«Sta diventando una brutta giornata, di quelle in cui il sole sembra abbia i denti. Stasera, tornando a casa dal lavoro e vedendomi, mia madre mi dirà: "Lasciamo stare lo spagnolo", e preparerà due Bloody Mary analcolici con gli ombrellini dentro. Ascoltando Dave Brubeck sullo stereo, giocheremo a domino o a ramino. Quando guardo mia madre, lei mi sorride sempre. Ma la stanchezza le ha scavato il viso».
pagina 110


«Da dentro mi esplode un singhiozzo. Mi escono le lacrime dagli occhi, ma solo dai due che ho in faccia. Gli altri mille sono chiusi».
pagina 70


«Durante i concerti poghiamo sotto il palco. Ci spintoniamo e andiamo a sbattere e cadiamo e ci facciamo tirare su finché il nostro sudore si mescola con il sudore dei punk veri e la nostra pelle ha toccato la loro pelle. Bennie lo fa meno. Secondo me lui ascolta proprio la musica. Una cosa che ho notato: di punk con le lentiggini non ce ne sono. Non esistono».
pagina 62


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