venerdì 17 febbraio 2012

etagere / zorba il greco, nikos kazantzakis



Zorba il greco di Nikos Kazantzakis (Crocetti Editore, pp. 383, euro 15) è una storia d’amicizia genuina. La storia di due uomini di fronte ai grandi interrogativi che quasi quotidianamente la vita pone. Due uomini: uno giovane e acculturato, l’altro vecchio e scellerato. Due uomini: uno folle e smisurato, l’altro legato al lungo guinzaglio della razionalità, così lungo da dargli l’illusione di esser libero. Due uomini che si trovano a percorrere una strada insieme e si insegnano qualcosa.

Ho ricevuto questo libro per Natale. Mi è stato donato da una persona cara. Ho avuto anch’io, come Bastiano nella Storia Infinita, una libreria che ha esercitato il suo fascino sulla mia curiosità. Alla domanda: «Che libri guarda quando viene in libreria?» la risposta fu: «I libri che ha già letto». L’antico legame con il passato non fu mai più evidente. Del seguito posso solo immaginare la scena, perché credo che quasi inavvertitamente, per istinto, scelsero Zorba. E con Zorba scelsero una strada, un percorso per me, un punto di vista nuovo e significativo. Quando Keating nell’Attimo Fuggente sale sulla cattedra, lo fa per ricordare a se stesso che «dobbiamo guardare le cose da angolazioni diverse». Le diverse angolazioni da cui ho guardato me stesso leggendo questo libro e non un altro. Di giorno con il Padrone, di notte con Zorba, fino ad arrivare alla conclusione che siano la stessa persona. La proiezione di un qualcosa di più grande che ha interrotto la mia lettura per un certo periodo. La proiezione che ha messo di fronte la differenza tra la «camomillina» e il «rum che scaravolta il mondo», la differenza tra «frasi eleganti» e «parole che si appiccicano ai denti come il fango si appiccica ai piedi».

Credo di aver deciso di dare corda al mio aquilone, che sfugga se quello è il suo destino, perché questo libro insegna che il salterio va suonato solo quando si è felici, e io penso che lo imbraccerò. «Ne ho fatte di cose nella mia vita – ammette Zorba -, però non ne ho fatte abbastanza; uomini come me dovrebbero vivere mille anni. Buonanotte!». Lui non l’avrebbe mai capito, ma è proprio in questo istante che comincia la poesia.

Eugenio Giannetta




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